mercoledì 27 dicembre 2017

COME SI IMPARA A GIOCARE



Buongiorno amici, oggi vi propongo un nuovo post con del materiale tratto da un corso di aggiornamento organizzato dal comitato Regionale del Piemonte tenuto dal tecnico della nazionale italiana femminile Davide Mazzanti sul tema “ L’allenamento del cambiopalla”. La parte pratica la potete visionare direttamente sulla pagina del post,mentre il materiale in formato PDF lo potete visionare e scaricare dal mio sito nella pagina allenamenti cliccando sul link.
https://sites.google.com/site/professionalvolley/allenamenti 
Vi auguro un felice anno nuovo
        Stefano Lorusso


«Spesso sento dire che con il metodo globale tutti giocano e la tecnica non la fa più nessuno; come se fare globale non voglia dire sviluppare le tecniche e che invece, l’unica strada per raggiungere questo obiettivo sia quella dell’allenamento analitico. Questo è assurdo. Il problema è che dobbiamo essere ancora più attenti ad individuare il problema, quali priorità trasmettere e in che modo proporlo senza uscire troppo dal contesto situazionale».       JULIO VELASCO



lunedì 4 dicembre 2017

L’ALLENAMENTO VISIVO
IMPARARE GUARDANDO

 Un caro saluto ai tantissimi amici e colleghi che seguono assiduamente il mio blog. Ad oggi abbiamo superato abbondantemente le 150.000 visualizzazioni che mi rendono particolarmente soddisfatto del lavoro realizzato in questi anni. Oggi vi voglio presentare una ricerca che mi sta molto a cuore, tratta da un articolo della rivista SDS “Scuola dello Sport” dal tema: Imparare guardando.
Personalmente penso che sia fondamentale per un allenatore del settore giovanile sapere, non solo insegnare attraverso metodologie scientifiche e sperimentate nel corso degli anni, ma soprattutto saper dimostrare, con particolare riferimento alle abilità motorie specifiche “fondamentali e tecniche di gioco“. La tecnologia, negli ultimi anni ci ha fornito strumenti come tablet, pc portatili, che ci danno la possibilità di mostrare ai nostri giovani atleti le tecniche dei migliori giocatori al mondo, non solo, ma danno la possibilità in tempo reale di filmare i loro movimenti e rivederli per poter eseguire un auto correzione. Il mio iPad e ricco di centinaia di video ed esercizi che posso consultare e condividere in palestra. Probabilmente questo non è compreso da tutti, perché all’apparenza potrebbe sembrare una perdita di tempo. In questo articolo, sono spiegate le motivazioni neuro scientifiche che avvalorano la mia tesi. Il file completo lo potete trovare sul mio sito nella home page all’indirizzo.https://sites.google.com/site/professionalvolley/home
Spero che questo post sia utile per migliorare le vostre conoscenze e capacità, utili a raggiungimento delle migliori performance da parte dei vostri atleti.
Con l’occasione vi faccio i migliori auguri per un sereno Natale, Con la speranza che mi porti in dono tanta serenità E desideri realizzati. A presto.


Stefano Lorusso.

domenica 22 ottobre 2017




METODOLOGIA DI ALLENAMENTO

LA PRATICA MIRATA

K. Anders Ericsson (Nato nel 1947) è uno psicologo svedese e importante studioso e professore di psicologia presso la Florida State University, che è internazionalmente riconosciuta come università di ricerca dell’origine psicologica sulle abilità e prestazioni umane.

Attualmente, si occupa di valutare le migliori performance in vari settori come, medicina, musica, scacchi e sport, concentrandosi esclusivamente sulla pratica mirata, (ad es., pratica di alta concentrazione oltre la zona di comfort). la proposta di Ericsson e della sua ricerca, serve come un complemento diretto per altre ricerche, con riferimento alle abilità cognitive, caratteristiche motivazionali, interessi, e altri fattori che aiutano i ricercatori a capire e prevedere massime prestazioni attraverso una pratica mirata.


Anders Ericsson ha passato trent'anni a studiare i geni, le stelle dello sport e i prodigi della musica. La sua ricerca, ha raggiunto una sorprendente scoperta: il «dono innato» del talento non è altro che un mito, perché ogni abilità, per quanto speciale e unica, viene appresa grazie all'allenamento.
La sola caratteristica che contraddistingue i campioni infatti è il saper sviluppare mente e corpo grazie allo sforzo e alla forza di volontà. Caratteristica insita in ognuno di noi. Ciò che fa la differenza non è solo la quantità di tempo che dedichiamo a un'attività, ma soprattutto la qualità. E, se tutti abbiamo in noi i semi dell'eccellenza, bisogna imparare a farli crescere, allenando prima il cervello, poi i muscoli
Dallo sport alla musica, allo studio, un metodo per migliorare le proprie prestazioni in ogni ambito, che sfata luoghi comuni e suggerisce nuove, innovative tecniche. Lasciatevi quindi guidare da Ericsson e rimarrete stupiti da ciò che si può arrivare a fareLe sorprendenti storie raccontate nel suo libro “Numero 1 si diventa”, sono la prova che ognuno di noi è l'artefice del proprio talento.

Ericsson spiega che la pratica mirata consiste nel compiere un certo numero di piccoli passi per raggiungere un obiettivo a lungo termine. Il segreto è prendere quell’obiettivo generale “diventare più bravi” e trasformarlo in qualcosa di specifico su cui poter lavorare con aspettative realistiche di miglioramento. Il termine “diventare più bravi” essendo una generalizzazione non chiarisce quale abilità intendiamo migliorare, il metodo, i tempi.
È raro che si migliori molto se non si è del tutto concentrati sul compito da svolgere. La pratica mirata richiede feedback. Avete bisogno di sapere se state procedendo bene e, se no, dove sbagliate.In generale, qualsiasi cosa cerchiate di fare, avrete bisogno di feedback per scoprire esattamente dove e come sbagliate.

A volte ci imbattiamo in un ostacolo che ci blocca, e le nostre convinzioni saranno che non ce la faremo mai a risolvere il problema. Un problema nasce per essere risolto. Trovare il modo di superare queste difficoltà è uno dei segreti della pratica mirata. Di solito la soluzione non è «impegnarsi di più» ma «impegnarsi diversamente». È una questione di tecnica, in altri termini.

Il modo migliore per superare qualsiasi ostacolo è avvicinarsi a esso da una direzione diversa, ed è uno dei motivi per cui è utile lavorare con un insegnante o un allenatore.
Cerchiamo adesso, attraverso un’attenta riflessione di comprendere come, noi allenatori possiamo raggiungere risultati di massima eccellenza attraverso un allenamento mirato. Mi rifaccio brevemente al “Principio di Pareto”, Dove afferma che solo il 20% del lavoro fatto è utile al raggiungimento dell’obiettivo. La teoria dell’allenamento, ci insegna che sotto il profilo metodologico è importante seguire il principio della progressività del carico e di privilegiare durante la fase di apprendimento, la quantità “numero di ripetizioni” all’intensità di lavoro.
Tuttavia, a mio parere tutto questo “Sapere“, rimane pura teoria, non riuscendo a trasformare queste indicazioni metodologiche nella pratica dell’allenamento. Faccio un esempio classico, che riscontro visionando alcuni colleghi, soprattutto nella prima fascia giovanile. Si chiede alle giovani atlete di eseguire movimenti e tecniche complesse in modo veloce, privilegiando, all’interno dell’esercizio l’intensità alla quantità di lavoro. Durante un’esercitazione di difesa l’allenatore lancia “carrellate“ di palloni, dove l’esecuzione corretta della tecnica da parte delle giocatrici è inesistente E la situazione non rispetta assolutamente quello che avviene all’interno di una partita di settore giovanile, almeno fino all’under 14. La mia non vuol essere assolutamente una critica ma una constatazione e penso che quel tipo di lavoro farà parte dell’80% che realizziamo durante l’allenamento non utile al raggiungimento del nostro obiettivo. Vi assicuro che ho visionato molti allenatori di livello nazionale e ho notato soprattutto in una scuola di massima eccellenza che le parole chiave utilizzate dall’allenatore erano: “Vai un po’ più adagio, stai un po più attenta, controlla il movimento, stai più ordinata”, le indicazioni erano sempre rivolte all’analisi e all’esecuzione corretta della tecnica, e la quantità di ripetizioni in situazioni semplici era privilegiata. Questo avviene anche a livello internazionale, soprattutto la scuola giapponese nell’esecuzione di esercizi tecnici sia in forma analitica sia in forma sintetica utilizza “soprattutto nella prima fase di apprendimento”questo approccio metodologico.
Per gli amanti del “revaival” ci sentiamo in palestra tanti Daimon del famosissimo cartone animato Mila e Shiro. Ma questa non è la nostra realtà! Quando iniziamo un percorso con un gruppo giovanile, oltre a conoscere i modelli di prestazione tecnica, riguardo ai fondamentali individuali, dobbiamo analizzare quali sono le caratteristiche specifiche del gioco con riferimento alla categoria a cui partecipa la nostra squadra. Se vogliamo avere, un feedback tecnico,che ci aiuta a comprendere il livello di apprendimento delle atlete, dobbiamo analizzare per ogni fase di gara, quali sono gli elementi che caratterizzano il gioco. Ad esempio quanto incide l’errore in ricezione in un campionato di under 14, quali sono le cause. Quanto è importante realizzare un cambio palla efficace? Quanto è importante per la fase break un servizio sia tecnicamente sia tatticamente positivo? Per quanto riguarda la ricezione personalmente penso che il tempo dedicato all’allenamento del bagher nella situazione specifica, sia analitica sia in forma sintetica è limitato. Molti di voi mi chiedono protocolli di lavoro per migliorare questa fase. Non è semplice. Non basta dire ad un’atleta, piega le gambe, vai sotto la palla ecc.. sono tutte generalizzazioni. Gli errori possono nascere da una carenza di forza, da una difficoltà a livello sensoriale, che rallenta la valutazione della traiettoria, da poca sensibilità del piano di rimbalzo e molto altro. Ricordo che la pallavolo è uno sport di rimbalzo e la palla non può essere fermata. Quando vedo organizzare esercizi per il bagher utilizzando molto tempo dove la palla si ferma “stile portiere”, o ancora per la valutazione della traiettoria far passare la palla sotto le gambe, penso se comprendiamo che tutto questo non rispetta la caratteristica tipica del gioco.Il consiglio che il prof. Ericsson propone è quello di scomporre l’obiettivo generale in sotto obiettivi utilizzando, come feedbak il numero di azioni positive, partendo da un numero accessibile. Quali possono essere i sotto obiettivi per il bagher di ricezione?

  1. Aumentare la capacità di forza a livello degli arti inferiori

2.   Aumentare l’escursione articolare a livello delle caviglie

3.   Migliorare la capacità di equilibrio attraverso esercizi propriocettivi 

4.   Migliorare la sensibilizzazione del piano di rimbalzo

Vi assicuro che potremo lavorare tranquillamente per due ore su questi obiettivi a livello analitico e utilizzare “se ce ne fosse!!” Il restante tempo per la fase sintetica. Il segreto dei numeri 1 è allenarsi tanto con metodo e soprattutto in modo mirato.
Io ho cercato di darvi non solo spunti di riflessione ma indicazioni pratiche per migliorare le capacità dei vostri atleti, utilizzando come esempio l’allenamento per il bagher di ricezione. Vi consiglio di approfondire gli studi e le ricerche del prof. Ericsson a mio parere molto interessanti. Come sempre sono a vostra disposizione per consigli e consulenze. Vi do appuntamento al prossimo post.
                                   Stefano Lorusso